Iniziai troppo presto a pormi domande sull'infinito, su Dio, sul senso della vita. Un non so che di cromosomico mi negò la capacità di illudermi, così non potei dare una risposta a quelle domande. Nemmeno per un momento di consolazione. A quattordici anni capii già che non avrei avuto un'altra possibilità.
Benché mi sforzassi non trovavo nulla che desse un senso alla fatica di alzarsi la mattina. E non seppi affidarmi ad alcun rituale. Fosse la famiglia, lo Stato, l'onore, l'amicizia, il footing, la cultura, l'abitudine, Dio.
La presenza di un Ordinatore supremo da amare o da odiare avrebbe risolto il mio problema... forse ero io a non vedere, a non capire... Provai a cercarlo. Due anni dopo il parroco dovette riconoscere che in sacrestia avevo incontrato le mie prime donne ma non il mio primo Dio. Non bastarono le preghiere, le discussioni accese, le comunioni, le confessioni, le ginocchia sul pavimento sacro, le omelie, i canti. In quella chiesa non provai mai quel senso di superiorità serena che contraddistingue il credente ormai protetto dal suo nuovo Padre e non riuscii mai a sentirmi nel giusto.
Rifiutavo con orrore la possibilità che nel momento del giudizio divino fossi preferito per via delle mie buone azioni. Sentivo che la vita era cattiva. Che sarei stato ucciso, che avrei ucciso senza un motivo e senza un rimorso. Che ciò era consentito a chiunque. Che ero debole.
Una delle prime cose che imparai a fare in quel periodo di ricerca mistica fu ballare, inteso come dimenarsi frenetico e tribale: fino a sudare, fino a dormire, fino alla follia, fino alla morte. Poi imparai a scopare, sudare, impazzire, morire. Tutto ciò che aveva senso era riconducibile al corpo. Tutto il resto un pretesto.
A quarant'anni il corpo e l'infinito sono più vicini. Ho imparato a rendere il pensiero di carne e il corpo di terra. Quando sono solo, dopo aver nuotato al largo, guardo giù nelle acque profonde, nell'invisibile e sento forte il desiderio di essere completamente nudo. Lo stesso impulso in montagna quando cerco un momento di solitudine e mi addentro nella foresta in dirupi inaccessibili.
Quando lei è con me, negli uliveti sterminati del Salento, nelle notti in cui la luna illumina le fronde nere con luce ghiacciata, le chiedo di allontanarsi, di spogliarsi e di offrirmi lo spettacolo dei suoi glutei, piegata in avanti. Lei sente l'immenso sulla sua pelle e protende la vulva all'indietro in un richiamo animale. La guardo fino al desiderio di possedere lei e la terra. Quando le entro dentro senza tenerezza tutto ha un senso. I suoi gemiti hanno un senso, il dolore ha un senso, le mie mani hanno un senso, la mia vita ha un senso... Urlando insieme, consapevoli del nostro essere infinitesimale, rubiamo così un momento all'eterno.