PARALLELAMENTE
(una forma di appropriazione del terrore attraverso il corpo, 2001)
(una forma di appropriazione del terrore attraverso il corpo, 2001)
Paura. Da piccolo la stanza buia la sera era un luogo sconosciuto, inquietante, che provavo a penetrare col coperchio metallico di una scatola di biscotti, proiettando fendenti di luce da una posizione di assoluta sicurezza. Ma al momento di andare a letto il panico si impadroniva di me, quando dovevo passare davanti a quella porta socchiusa. Correvo infilandomi nel bagno e ricorrevo fuori veloce con un brivido alla schiena per infilarmi a letto.
La notte mi alzavo, nel buio cercavo l’interruttore, riuscivo a trovarlo. Click. Niente. Ancora buio. Allora sentivo la Presenza alle mie spalle, impalpabile, ossessiva. Dovevo correre ma le mie gambe pesanti mi consentivano solo pochi passi. Urlavo. Ma dalla bocca non usciva che un flebile, inudibile suono.
La Presenza, si faceva viva con leggere varianti quasi ogni notte. Mi seguì anche nella nuova grande casa, quella da cui scrivo. Avevo ormai sedici anni e conoscevo le sue mosse. Quando l’interruttore mi impediva di illuminare la stanza buia capivo che stava per arrivare. Sapevo che urlare sarebbe stato inutile ma ogni volta provavo a correre, ogni volta inutilmente.
«Facciamola finita allora, vieni sotto, facciamola finita, lo so che sei qua». Ma non era più solo paura. Urlavo con rabbia malgrado il dolore. A un certo punto cominciai a scagliarmi nel buio col corpo raggelato e i capelli come spilli nel cranio.
Una sera ero in cucina. Notai del movimento in fondo al corridoio buio, in prossimità della mia camera. Capii che era lei da un insolito spostamento d’aria. Le andai incontro, lasciai la luce alle mie spalle e mi diressi verso la stanza senza nemmeno tentare di illuminare il lungo corridoio. Appena svoltai nella stanza, deciso, me la trovai addosso. Non avevo #paura. Volevo farla finita. Mi avvinghiò. Tentai di stritolarla. Mi accorsi che aveva il corpo di una vecchia di settanta, ottant’anni, un volto orribile con rughe profonde e pochi denti e dei capelli radi, lunghi, irti. E rideva. Era nuda. Le sue carni erano molli, i seni grandi, i glutei che oramai stringevo tra le mie mani erano soffici. La stavo penetrando. Eravamo in piedi. Scopavo quel corpo decrepito. La Penetravo. Le riempii il corpo di sperma. Scomparve.
Da quel giorno la Presenza si dedicò ad altro. Non venne più a trovarmi. Per circa sette anni ogni tanto si ripresentavano quelle situazioni che conoscevo bene. Nella casa in cui andai ad abitare dopo sposato c’era un soppalco sopra la cucina. Vi si accedeva con una botola. Quando capii che tentava di stabilirsi là una notte mi scaraventai dentro con un salto. Se l’avessi avuta tra le mie mani l’avrei ridotta in poltiglia. Non si fece mai più vedere. Mai più.