1977… Sì, avevo quindici anni.
Il mio professore di modellato chiese in classe se qualcuno fosse disponibile a dare una mano a uno scultore suo amico. Ci andai. Era Nino Rollo. José Francisco Yvars ne avrebbe descritto molti anni dopo il carattere anticonformista: lo spirito battagliero, l’insofferenza verso l’ambiente culturale e sociale nel quale viveva. Lo definì «anarchico e rivoluzionario», un «personaggio scomodo» nella società salentina dell’epoca. Nino ha lasciato un segno profondo in me, anche se non l'ha mai saputo: troppo breve il nostro incontro e la sua vita futura.
Ricordo che mi redarguiva quando sbagliavo “l’attacco” sul marmo con lo scalpello pneumatico: «Ncigni te mienzu come le puttane?»
Conobbi sua moglie, naturalmente, perché Nino non voleva che durante la pausa mangiassi un semplice panino, solo solo nel laboratorio. Pranzavo con loro al primo piano della masseria ristrutturata che era la loro casa e lo studio di Nino, nell’allora periferia leccese.
Lei preparava un unico grande piatto, con le diverse pietanze ben ordinate. Per me era una novità, abituato com’ero alle portate della cucina salentina. Era una donna affascinante, con lunghi capelli castani un po’ mossi e una pelle di porcellana. Non ne ricordo il nome. Aura, la mia assistente, mi dice Valeria. Va bene. Girava per casa e fuori vestita di sottovesti di nylon. Ne metteva forse quattro o cinque, una sull’altra. Scendeva le scale come una regina, con le sottovesti e i capelli mossi dal vento. A pensarci oggi sembra assurdo. Forse è soltanto la fantasia di un ragazzo, resa plastica dalla memoria.
Ci sono le mie mani su questa scultura. Nino aveva avuto due infarti. Il medico gli aveva proibito di lavorare, ma lui continuava imperterrito. Soprattutto non avrebbe dovuto lavorare il legno, che richiedeva uno sforzo muscolare maggiore del marmo: bisognava battere il mazzuolo sulle sgorbie, a mano, colpo dopo colpo. Con il mio aiuto riprese questo lavoro, che giaceva disteso da anni nell’ultimo vano del laboratorio.
Ricordo bene quando Nino arrivò con dei lunghi cavicchi di legno per ricucire la pancia di quella che lui considerava una Madonna profana. Il tronco di gelso si era completamente aperto. A forti colpi di mazza facemmo penetrare quei perni imbevuti di colla fin dentro il ventre della Madonna che, magicamente, si richiuse. Poi venne il duro lavoro di levigatura. Nino avrebbe voluto dorare la scultura, ma i costi elevati gli fecero cambiare idea. Io la preferisco così, con le sue belle cicatrici.