La mia ragazza di allora mi lasciò per un uomo vero. Io avevo appena compiuto diciott’anni. Mi erano piaciuti i suoi seni rigidi e prorompenti sotto una camicia verde militare nell’autobus che ci portava a Lecce. I capelli biondi a caschetto, gli occhi castani, grandi, e il naso vietnamita. Ci vedevamo a casa sua. In cucina aveva trovato il modo di infilarmi la mano nei jeans dietro al tavolo mentre gli altri di casa guardavano la TV. Poi si innamorò di un medico con cui lavorava; lui era sposato.
Ricordo che volli conoscerlo, gli parlai… Mi sorprese vedere quanto fosse lontano da un uomo per cui si perde la testa. Aveva occhiali spessi, la testa larga e capelli con ciocche arruffate. Era già un borghesuccio leccese sovrappeso con mocassini neri e calzini bianchi sotto pantaloni grigi. Mi disse che non sarebbe riuscito a rinunciare a lei… Ricordo che gli strinsi la mano quando lo salutai… Io non passai più a salutare lei. Ci rivedemmo dopo qualche anno. La scopai con violenza tanto che si spaventò.
Nell’estate seguente il tradimento andavo spesso a trovare una mia compagna di classe, una cara amica, nella casa estiva in cui si riuniva col resto della famiglia. Lì conobbi C e i suoi occhi luminosi. Le piacevo molto. Un giorno andammo al largo a nuotare nell’Adriatico leccese, lontanissimi; la riva si vedeva appena. Eravamo soli nell’abisso. I suoi occhi azzurro perla, con la pupilla ristretta per il sole accecante di agosto, erano inquietanti. Al ritorno sulla spiaggia le facce degli altri del gruppo erano tetre… Capii dopo cosa significavano i silenzi dolorosi di C. Mi spiegarono che C non stava «bene», che per due volte aveva tentato il suicidio. Non parlammo mai di questo, io e C. Mi fece capire la voglia che aveva di andare via, questo sì. Andare via. In nessun luogo preciso. Da nessun luogo preciso. Aveva bisogno di me. Mi piaceva, le volevo bene, ma il dolore dell’amore perduto non mi abbandonava neppure quando mi abbracciava serena.
Un giorno, nella mia Cinquecento decappottabile, le baciai dolcemente la vulva, lei era estasiata… Mi ringraziò come se avesse ricevuto il regalo più bello della vita. Voleva fare l’amore con me, così andammo in un vigneto. Stesi sulla terra rossa l’asciugamano del mare e ci abbracciammo. Quando spinsi appena dentro di lei la sentii irrigidirsi… e allora capii. Non l’aveva mai fatto. Mi fermai. In macchina mi chiese perché. Perché mi ero fermato. Perché, risposi, era giusto che lei facesse l’amore la prima volta con un uomo che l’amava. Le volevo bene, ma la sua «prima volta» doveva essere il frutto di un momento d’amore condiviso. Ne ero certo.
L’estate era alla fine. In autunno partii per Roma: destinazione facoltà di Architettura. Ogni giorno avevo per C un pensiero, un dolce pensiero che mi teneva vicino a lei. Comprai una cartolina e le scrissi che le ero vicino. Per qualche motivo non la spedii mai: rimase all’interno di un libro e ogni tanto, col passare dei giorni, dei mesi, mi capitava di ritrovarmela tra le mani e di pensare a C più intensamente. Per me, che non sopportavo «la gente» e che non ho mai avuto un amico, C era la sola persona a cui mi sentivo vicino, che sentivo solidale, intima. Eppure non le parlavo ormai da anni.
Cinque anni dopo – l’università abbandonata, il servizio militare, il matrimonio, due figli –, quella presenza amica non si era affievolita. Fuori dalla porta dell’aula di anatomia dell’Accademia di Lecce qualcuno mi chiese se sapevo. Sapevo cosa? «Di C.» No, non so nulla. L’anno scorso. Era andata via da casa dei suoi. Per giorni non avevano saputo dove trovarla. Era stata in giro in treno per l’Italia fino a quando era arrivato per lei il momento di decidere. Era scesa dal treno. In corsa. Il suo corpo, il corpo che avevo toccato, a cui avevo parlato, che avevo baciato, si era schiantato contro un palo elettrico.
Piansi disperatamente. C non leggerà più.