Per un po’ bisognerebbe smettere di parlare, e lasciare esprimere liberamente i corpi e il tempo. Nessun dialogo. Niente domande né risposte.
«Arriva il momento in cui la capacità di trasfigurare finisce, e allora appare la realtà. Nuda, spaventosa», scrive Strindberg. Ma come si trasfigura la realtà? Come si distorce ciò che è realmente davanti ai nostri occhi, limpido e spaventoso, per renderlo sopportabile?
Con un lungo, paziente lavoro di inquinamento della realtà attraverso la parola. Perché la parola distorce, mente nel tentativo disperato di nascondere, o con l’efficienza rodata di mostrare l’immagine migliore di sé stessi. E più quell’immagine si offusca, maggiore è il giro di parole di cui si ha bisogno per mantenere credibile la rappresentazione.
Lasciare liberi i corpi e guardare cosa fanno. Si avvicinano? Si allontanano? Per quanto tempo? Guardali, il tuo corpo e quello degli altri, e capirai più cose di quante te ne avrebbero spiegate un milione di parole. E invece ci si ostina con le domande.
«Cosa fai? Dove vai? Con chi vai? Cosa cerchi? Cosa hai fatto?». Non lo saprai mai con le sue parole. Non lo saprai neppure con le tue, perché in un contesto relazionale sia le domande sia le risposte hanno uno scopo diverso dallo svelare la realtà: ottenere da esse il massimo vantaggio al minor costo possibile. Chi vuole guardare in faccia la realtà si oppone a questa strategia di falsificazione chiedendosi non tanto «Cosa mi dici?» quanto «Perché lo dici?», ma il più delle volte evita del tutto il dialogo e guarda.
Osserva una folla arrabbiata che spacca vetrine. Cosa vorresti chiedere a questa gente che non ti abbia già detto? Osserva un uomo che danza lento, muove mani eleganti nell’aria e piange. Quali parole potrebbe pronunciare? Osserva la pietà di tuo figlio per te. Vuoi davvero chiedergli perché? Osserva tua moglie passeggiare sorridente sotto un bel sole di settembre a fianco a un altro uomo. Cos’altro vuoi sapere? Guarda. La realtà è lì. Nuda, spaventosa.